ULISSE ALDROVANDI E I MOSTRI CELESTI: INTERVISTA A EUGENIO BERTOZZI

In occasione della mostra “Oltre lo spazio, oltre il tempo. Il sogno di Ulisse Aldrovandi” e dei “Dialoghi di Arte e Scienza”, ciclo di incontri promosso da Fondazione Golinelli e Sistema Museale di Ateneo, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna (SMA), abbiamo intervistato il professor Eugenio Bertozzi. Ricercatore del dipartimento di fisica e astronomia dell’Università di Bologna e referente scientifico per la collezione di fisica di SMA, Bertozzi – nell’ambito della rubrica “Chiedi a chi ne sa” di Fondazione Golinelli – ci ha parlato di Ulisse Aldrovandi, del suo modo innovativo di collezionare e dei mostri celesti.

Professor Bertozzi, chi è Ulisse Aldrovandi e perchè è importante ricordarlo?
Naturalista e botanico bolognese, fondatore della scienza naturale moderna, Aldrovandi (1522-1605) è uno dei protagonisti del Rinascimento, periodo di riscoperta dei classici, di esplorazione di nuove terre e della Rivoluzione Scientifica. In questo contesto l’osservazione assume un significato inedito: non si tratta più di guardare semplicemente alla realtà, ma di provare a comprendere le leggi che stanno dietro a essa.

È un’epoca dunque di grande interesse per il mondo naturale e per il sapere scientifico in cui la figura di Aldrovandi spicca per la sua personale visione della natura e del collezionismo.
Curioso e intraprendente d’indole, sin da giovanissimo, sperimenta i suoi primi viaggi in cerca di avventure e conoscenze tra Roma e Santiago de Compostela. Ritornato a Bologna, decide di rimanervi stabilmente, forte delle esperienze vissute e con una visione arricchita del mondo.

In che modo Aldrovandi incarna lo spirito del Cinquecento?
Nel XVI secolo si sviluppa un nuovo modello di collezionismo noto come Wunderkammer, le “camere delle meraviglie” dove custodire, in modo ordinato, oggetti naturali e artificiali provenienti dal mondo della natura, dell’arte e non solo, che suscitino stupore.

Con questo spirito e con l’aiuto di varie collaborazioni, Aldrovandi creò nella sua casa-studio il primo museo moderno, da lui definito il “mio caro tesoro”, donato poi alla città di Bologna. Un “microcosmo di natura” in cui più di 18000 elementi censiti – naturalia, artificialia e mirabilia – forniscono anche un supporto didattico per altri studiosi.

Dunque Aldrovandi potrebbe essere considerato un “enciclopedico”?
Il naturalista sostiene che per conoscere la realtà bisogna catalogarla e darle un nome, costruendo un enciclopedia con un approccio scientifico che rispetti una struttura precisa. Per esempio, nello studio del mondo animale riportava, oltre al nome, l’habitat e l’anatomia, anche consigli sull’uso in cucina e in altri ambiti. Informazioni e ricerche erano poi illustrate da abili artisti dell’epoca che Aldrovandi coinvolgeva, sposando così una visione della cultura multidisciplinare.

Inoltre, raccolse numerose varietà di fiori e piante provenienti da tutto il mondo allora conosciuto e ancora oggi conservate nei 15 volumi che compongono l’“Herbarium”, a partire dal quale il naturalista fondò nel 1568 il primo orto botanico di Bologna. Diventato rapidamente un centro di riferimento per la ricerca, l’orto attirava numerosi studenti di medicina desiderosi di osservare le piante con cui preparare poi medicinali.

L’opera più sorprendente di Aldrovandi potrebbe essere il “Monstrorum Historia”, esposta al Centro Arti e Scienze Golinelli fino al 28 maggio. Di cosa si tratta?
È un trattato universale sui mostri, un’enciclopedia dettagliata sui prodigi della natura, un catalogo ragionato di stranezze viventi, arricchito da splendide illustrazioni.

Nel volume, Aldrovandi esplora il concetto di mostruosità inteso come bizzarria “meravigliosa”, eccezione alla regola che in quanto tale va capita e rispettata. Lo scienziato si ingegnava infatti per scovare casi eccezionali, come per esempio un uomo che aveva imparato a scrivere tenendo una matita in bocca, non avendo l’uso delle mani e per il quale Aldrovandi nutriva grande curiosità.

Nel “Monstrorum Historia” ci sono anche i mostri celesti. È il caso del fenomeno del Parelio, dell’eclissi solare e del “prodigio celeste della cometa”. Il primo, anche detto “mostruosità del sole” consiste nell’osservazione distorta e moltiplicata della stella, causata da minuscoli cristalli di ghiaccio esagonale che si formano nell’atmosfera. Del secondo mostro celeste, le eclissi, Aldrovandi indica che potrebbe avere due origini, una scientifica e una divina; del terzo mostro, le comete, Aldrovandi discute l’origine, la forma e ne sottolinea l’effetto al contempo sbalorditivo e terrificante. Nell’interrogarsi sulla relazione tra legge di Natura e legge Divina, lo scienziato anticipa un dibattito che avrebbe assunto importanza di lì a poco con Galileo Galilei.

 

A cura di Diego Donato, Giusy D’Urso, Francesco Giuliani, Francesco Rocco, Rebecca Sandroni.
Editing: Annalisa Perrone e Alice Zenobi

 

La conferenza è disponibile online sul Canale YouTube di Fondazione Golinelli.

MARINA TIMOTEO: L’ORIENTAMENTO COME STRUMENTO PER LA COSTRUZIONE DEL SÉ

L’orientamento favorisce lo sviluppo professionale, sociale ed economico della collettività. È uno strumento educativo che la letteratura scientifica considera fondamentale in tutte le fasi della formazione dell’individuo, dalla scuola all’università, fino all’inserimento professionale.

Nell’ambito della rubrica “Chiedi a chi ne sa” e in occasione della sua partecipazione al progetto Obiettivo Università, abbiamo chiesto a Marina Timoteo, Direttore di AlmaLaurea, professoressa ordinaria e coordinatrice del corso di dottorato in Diritto europeo all’Università di Bologna, di spiegarci perché è importante orientare le ragazze e i ragazzi nella scelta universitaria.

 

Professoressa Timoteo, che consigli darebbe alle studentesse e agli studenti che devono scegliere il corso di laurea?

Tra i canali di informazione più adeguati c’è senz’altro UniversItaly, il portale del Ministero dell’Università e della Ricerca dedicato all’offerta formativa post-diploma. La navigazione su questo portale è tanto più agevole quanto più le ragazze e i ragazzi affrontano con consapevolezza la costruzione del proprio percorso accademico. A tal proposito, AlmaLaurea ha ideato un percorso di orientamento alla scelta universitaria, AlmaOrièntati, partendo dalle informazioni relative agli insegnamenti dei corsi e utilizzando le informazioni contenute su UniversItaly. La studentessa o lo studente risponde a una serie di domande sulle materie di studio, dando un punteggio di gradimento. La piattaforma poi restituisce tutti i corsi di laurea offerti dalle università italiane, ordinati secondo le preferenze espresse. A facilitare la lettura dei risultati c’è la possibilità di impostare filtri, ad esempio riferiti alla Regione sede degli studi, e di consultare, per ciascuna classe di laurea, i risultati delle indagini statistiche di AlmaLaurea, relative a esperienze, valutazioni ed esiti occupazionali. Una volta che le idee sono più chiare, il sito dell’ateneo è la fonte più completa a cui far riferimento.

Penso che ogni scelta che riguarda il nostro futuro debba avvenire in modo consapevole e informato, analizzando tutti gli aspetti che essa implica: dai contenuti formativi alle opportunità occupazionali, dalle valutazioni di chi ha già seguito i corsi alle professioni di sbocco. Lungo questo percorso però, resta sempre centrale l’ascolto di se stessi e delle proprie passioni. Sono proprio queste ultime il motore della scelta: parafrasando il titolo di un lavoro di George Steiner “mai, e soprattutto in queste scelte, nessuna passione dev’essere spenta”.

 

Quanto sono frequenti gli abbandoni o i ripensamenti dopo il primo anno di università, e in che misura l’orientamento può aiutare a prevenirli?

I dati più recenti sono riferiti al 2015/16: la percentuale di studentesse e studenti che abbandona gli studi universitari dopo il primo anno di corso si attesta al 12,2% per le/i laureate/i di primo livello e al 7,5% per le/i magistrali a ciclo unico. Invece, per quanto riguarda i ripensamenti, un’indagine di AlmaDiploma riferita al 2020 attesta che l’8,9% delle iscritte e degli iscritti all’università dopo un anno ha cambiato ateneo o corso di laurea.

Per evitare questi “incidenti” di percorso, l’orientamento universitario esercita un ruolo fondamentale per sostenere le/i giovani nella costruzione del sé attraverso la partecipazione ai processi educativi. L’obiettivo è accompagnare sempre più le persone a definire e sostenere, in ogni fase della vita, attitudini, interessi e competenze per una costruzione del proprio percorso formativo e professionale.

 

Le studentesse iscritte ai corsi di laurea STEM sono solo il 37%*. In che modo è possibile stimolare le ragazze a intraprendere un percorso di formazione in ambito scientifico?

Il primo aspetto su cui dovremmo agire è la diffusione capillare delle informazioni per contrastare la scarsa conoscenza delle competenze STEM in Italia. Negli ultimi due anni, i dati dell’Anagrafe Nazionale degli Studenti registrano un lieve aumento delle matricole in ambito scientifico, tendenza nella quale sono protagoniste le studentesse.

Dato il ruolo cruciale che le lauree STEM assumono nel contesto storico attuale, ci aspettiamo investimenti importanti che possano sostenere sempre di più questo inizio di trend positivo di cui le donne rappresentano una forza trainante. Un approfondimento di AlmaLaurea svolto in occasione dell’ultimo convegno (Bergamo, 18 giugno 2021) ha evidenziato che, tra chi possiede una laurea di II livello in ambito STEM, il calo del tasso di occupazione è stato più alto per gli uomini che per le donne. Restano, tuttavia, forti differenze nei tassi di occupazione con +9,2 punti a favore degli uomini tra gli STEM, e +4,4 fra i non STEM.

 

Qual è, secondo lei, il valore più importante che le prossime generazioni dovrebbero coltivare nel proprio cammino di crescita personale e professionale?

Condivisione, dialogo e superamento delle separazioni, anche nella formazione. Penso sia fondamentale saper porre in dialogo i saperi, oltre che le persone. È importante coltivare la capacità di conoscere attraverso le diversità. Questa è la base per imparare a vivere consapevolmente e per affrontare le sfide del nostro tempo.

*fonte: Report 2021 di Talents Venture e STEMiamoci

 

Intervista a cura di Annalisa Perrone, ufficio comunicazione e social media di Fondazione Golinelli

e Alice Zenobi, ufficio comunicazione e promozione eventi di Fondazione Golinelli

 

 

 

Marina Timoteo si è laureata in giurisprudenza (tesi finale sull’evoluzione del costituzionalismo moderno in Cina, Magna cum laude) presso l’Università di Macerata e si è specializzata presso l’Università di Cagliari dove ha conseguito un dottorato di ricerca in Storia e Istituzioni dell’Africa moderna e contemporanea e dell’Asia, dopo un anno di ricerca in Cina presso la Bejing Language University e la Beijing University. Dal 2007 è professore ordinario di Diritto privato comparato all’Università di Bologna, dove insegna anche Diritto dei Paesi asiatici, Law and business in Cina e Foundations of comparative law. Oggi è Direttore di AlmaLaurea e coordinatrice del Dottorato di ricerca in Diritto europeo presso l’Università di Bologna, cofondatrice e vicedirettrice del Centro di ricerca interuniversitaria sul diritto comparato (Università di Bologna, Milano, Insubria-Como e Trieste).

 

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GIOVANI E SCIENZA: L’INVITO DI SERGIO BERTOLUCCI ALL’INTERAZIONE CREATIVA

Nell’ambito del ciclo di webinar “Dal CERN alla scuola”, promosso da Italian Teacher Program del CERN e Fondazione Golinelli, abbiamo incontrato Sergio Bertolucci, fisico ed ex direttore di ricerca e calcolo scientifico del CERN, per parlare di come favorire la collaborazione e l’interazione tra le diversità, coniugando partecipazione, competizione e intraprendenza, soprattutto tra giovani.

Professor Bertolucci, qual è stato il suo primo incontro con la scienza?

Ho iniziato a interessarmi di scienza, e più in particolare di fisica, sui banchi di scuola. È stato l’incontro con insegnanti brillanti, di materie sia scientifiche che umanistiche, a farmi apprezzare l’importanza della curiosità, una qualità dell’essere umano che, come i muscoli, va allenata e potenziata.

Negli anni successivi, l’esperienza professionale negli Stati Uniti, in Germania, in Svizzera e in Italia ha consolidato in me la convinzione che il desiderio di conoscenza sia il vero motore del mondo: la voglia di scavare più in profondità e la resistenza ai preconcetti ci rendono persone ricettive, aperte al confronto, desiderose di accettare la sfida della complessità. In poche parole, più libere.

 

Quanto è importante la collaborazione in ambito lavorativo e come si può favorire un ambiente organizzato e virtuoso?

La mia prima esperienza professionale vedeva coinvolte 18 persone; oggi, il progetto Dune, di cui sono coordinatore, ne conta ben 1500. Tuttavia, in ogni gruppo di lavoro – piccolo o grande che sia – è indispensabile avere un’organizzazione definita e funzionante. 

Come si arriva a questo risultato? Credo che il giusto bilanciamento tra competizione e collaborazione sia fondamentale. Da una parte, la competizione spinge ad arrivare all’obiettivo in tempi più rapidi e con progetti originali e ambiziosi; dall’altra, la collaborazione tra persone con competenze diverse è necessaria in qualsiasi attività complessa.
Un ulteriore ingrediente essenziale per l’organizzazione lavorativa è l’efficienza, che si ottiene con una gestione attenta delle risorse economiche e lo sviluppo della ricerca e della tecnologia.

 

Giovani e comunità scientifica: come descriverebbe questo binomio?

È un connubio molto felice, perché combina la passione della ricerca all’entusiasmo della verde età. Le persone giovani, nonostante l’inesperienza, godono infatti di alcuni vantaggi: per esempio, hanno meno pregiudizi e, di conseguenza, sono più propense all’innovazione.

 

Che consigli darebbe alle insegnanti, che hanno un ruolo così importante nella formazione della cittadinanza del futuro?

La scuola dovrebbe offrire una cassetta degli attrezzi completa, stimolare curiosità, spirito critico e intraprendenza, incoraggiare i ragazzi e le ragazze a non aver paura di sbagliare, perché da ogni fallimento si impara. ​«Un esperto è una persona che sa sempre di più su sempre di meno, fino a sapere tutto di niente», diceva lo scrittore Arthur Bloch. E anch’io credo sia necessaria una formazione trasversale e interdisciplinare che possa offrire gli strumenti giusti per trovare il proprio percorso umano e professionale.

 

Guarda il video del webinar.

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Intervista a cura di Annalisa Perrone e Alice Zenobi

COME CONTRIBUIRE A UN CAMBIAMENTO A FAVORE DELL’AMBIENTE? I CONSIGLI DI TESSA GELISIO

Un impegno costante a favore della natura e una carriera da conduttrice televisiva, giornalista e green influencer nel campo dell’ecologia. Abbiamo chiesto a Tessa Gelisio di raccontarci in che modo è possibile contribuire concretamente a un cambiamento a tutela dell’ambiente.

L’intervista rientra nella rubrica “Chiedi a chi ne sa”. L’abbiamo realizzata in occasione dell’intervento di Tessa Gelisio al webinar Come sta il nostro Pianeta? Terra e Mare, generazioni a rischio, secondo appuntamento del ciclo Green Life: l’urgenza di cambiare, a cura di Fondazione Golinelli con la collaborazione di Legambiente e Alce Nero.


Blogger, conduttrice, presidente di forPlanet Onlus e imprenditrice. Come è nata la sua passione per l’ambiente e in che modo è diventata una professione?

Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia speciale, che mi ha trasmesso una visione di rispetto verso la natura. Grazie al contatto con gli animali, al fatto di aver frequentato diverse associazioni impegnate nell’ecologia e aver conosciuto ricercatori e ricercatrici, fin da ragazza è nata in me una consapevolezza che, a poco a poco, si è trasformata in una missione.
Il presupposto della mia vocazione è semplice: senza il benessere del pianeta non ci può essere quello della società. Gli studi, la pratica giornalistica, la divulgazione scientifica in tv hanno fatto il resto. Infine, l’ampio seguito che ho ottenuto sui social mi ha portata nel 2019 al premio come migliore green influencer dell’anno.


Quali sono, secondo lei, i temi ambientali che le ragazze e i ragazzi dovrebbero approfondire per evitare fake news e cattiva informazione?

La scuola ha un ruolo fondamentale nella formazione su materie scientifiche come la geologia, la fisica, la chimica, l’ecologia. In Italia c’è ancora un gap scientifico che è necessario colmare per dare alle studentesse e agli studenti basi solide che serviranno loro per comprendere problemi come l’acidificazione del mare, la perdita degli ecosistemi, l’inquinamento. La preparazione scientifica è una bussola fondamentale per capire i grandi temi della nostra società.


Durante l’incontro “Come sta il nostro Pianeta? Terra e Mare, generazioni a rischio”, ci parlerà del suo impegno a favore dell’ambiente. Ci può dare qualche consiglio pratico su come contribuire, nella nostra quotidianità, a un cambio di rotta?

Sono tante le azioni che possiamo fare ogni giorno, modificando le nostre abitudini e sensibilizzando le persone che ci stanno accanto. In ambito alimentare, ad esempio, è importante adottare una dieta mediterranea, acquistare prodotti biologici a chilometro zero, ridurre il consumo di proteine, per compensare i fattori legati all’inquinamento, abbassare le emissioni globali di gas serra e promuovere la sostenibilità.
Per quanto riguarda la pulizia della casa, basterebbe sostituire i detersivi tradizionali con ingredienti naturali come l’aceto bianco e il bicarbonato, e adottare alcuni accorgimenti ecologici ed economici.
Se pensiamo invece alle fonti rinnovabili per la casa, oltre all’uso dei pannelli fotovoltaici, possiamo orientarci verso operatori energetici green, che forniscono energia elettrica pulita.
Ogni giorno possiamo poi prediligere l’uso della mobilità dolce, che vuol dire spostarsi in modo da diminuire l’inquinamento atmosferico e acustico, la congestione stradale e il degrado delle aree urbane.
E ancora, pensiamo a come scegliamo cosa indossare. Oggi nella moda prevale la logica del fast fashion: abiti economici che hanno grossi costi ambientali e sociali. A questa tendenza devono opporsi sia le aziende sia i consumatori e le consumatrici, in un’ottica di responsabilità che premia la qualità e le scelte sostenibili.
Conoscenza, consapevolezza e azione: con queste parole chiave ricordo che ogni persona è corresponsabile della crisi ambientale e protagonista di un cambiamento necessario.

Quali sono le sfide più difficili che ci attendono e gli obiettivi da raggiungere nel breve termine?

Una sfida fondamentale è mitigare il cambiamento climatico, per diventare una società a zero emissione nell’arco dei prossimi 15 anni. È un obiettivo difficilissimo da raggiungere: dovremo cercare di rispettare il limite di aumento della temperatura globale entro 1,5 gradi.
Faccio appello alle ragazze e ai ragazzi, affinché si battano in prima linea per difendere, insieme al pianeta, il loro futuro.

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A cura di Annalisa Perrone, ufficio comunicazione e social media di Fondazione Golinelli

SCIENCE CAPITAL: UNA LEVA PER L’INCLUSIONE SOCIALE

Lo Science Capital è un insieme di concetti e metodologie messe a punto da un gruppo di ricerca coordinato dalla professoressa Louise Archer dell’University College di Londra. L’approccio teorico è corredato da strumenti metodologici per la progettazione didattica adattabili a diversi contesti educativi, formali e informali. Il tutto mira a coinvolgere ragazze e ragazzi nelle STEM, per rendere i loro percorsi di studio e formazione più inclusivi e motivanti. Tra i primi a sperimentarlo sistematicamente in spazi informali, c’è lo Science Museum di Londra, di cui Micol Molinari coordina il settore Risorse Educative.

Per la rubrica “Chiedi a chi ne sa”, abbiamo dialogato con Louise Archer e Micol Molinari.

 

Louise Archer

Lo Science Capital nasce per innovare la didattica e promuovere modi più inclusivi di stimolare l’interesse verso le materie STEM. Su quali principi si basa questa metodologia? 

La metodologia del cosiddetto Capitale scientifico è stata sviluppata da ricercatrici, ricercatori e insegnanti nell’arco di sei anni. Dopo aver lavorato a una versione per le scuole secondarie, siamo ora felici di aver pubblicato, il 19 ottobre, una versione che si applica anche alle scuole primarie. Il nuovo Science Capital stimola ulteriormente la riflessione metodologica attraverso la quale le/gli insegnanti migliorano la loro pratica quotidiana, e può funzionare con qualsiasi curriculum, non solo scientifico.

La prospettiva dello Science Capital permette alle/ai docenti di rendere l’insegnamento delle scienze coinvolgente e inclusivo, attraverso questi tre passaggi fondamentali:

• si parte dalle buone pratiche già esistenti di insegnamento delle scienze;

• si cerca di ampliare le idee comuni su cosa e chi conta nella scienza, sfidando gli stereotipi dominanti in questo ambito. Si promuovono l’insegnamento e l’apprendimento inclusivo delle scienze, partendo dalle bambine e dai bambini più piccoli, per valorizzare la loro voce e le loro azioni;

• si offrono tecniche aggiuntive alle/agli insegnanti per costruire concretamente lo Science Capital.

Al centro della nostra visione, c’è il cambiamento della pratica didattica, per sostenere un insegnamento e apprendimento delle scienze sempre più inclusivi.

*Fonte: The Science Capital Teaching Approach. Engaging Students With Science, Promoting Social Justice (vedi qui)

 

L’idea di diventare uno scienziato o una scienziata spesso spaventa. Perciò, crescendo, finisce per essere accantonata. In che modo, invece, il capitale scientifico può incoraggiare le/i giovani a non abbandonarla?

È stato dimostrato che la metodologia Science Capital aiuta ognuno/a non solo a vedere, ma a vivere la scienza come qualcosa che “può fare per me”. Questa impostazione aiuta le/gli insegnanti a creare collegamenti tra le scienze e gli interessi personali, spingendo le menti più giovani a riconoscere dove sta la scienza nella vita quotidiana e a comprendere che le competenze scientifiche possono svolgere un ruolo importante in qualsiasi professione.

Come è stato accolto lo Science Capital dalla comunità educativa? Quali sono i suoi risultati più importanti e innovativi nelle scuole? Quali traguardi devono ancora essere raggiunti?

Siamo felici dell’interesse di cui insegnanti e colleghi hanno dato prova, nel Regno Unito e nel mondo. Dopo una sperimentazione nella scuola secondaria e primaria per uno o due anni, abbiamo rilevato un notevole miglioramento nell’impegno, nell’interesse e nelle aspirazioni tra le/i giovani. Inoltre i docenti hanno dichiarato di sentirsi meglio loro stessi e più in sintonia con la classe. Il nostro lavoro è in continua evoluzione: siamo entusiasti nell’osservare come si sta sviluppando e curiosi di vedere cosa ci porterà in futuro.

 

Micol Molinari

Alcune ricerche mostrano che molte persone non si sentono coinvolte in ambienti come musei, associazioni, spazi culturali. Come possiamo rendere più accessibile la conoscenza e le potenzialità delle STEM?

Molte persone non considerano i musei luoghi adatti a loro: questa è la prima barriera da superare. Durante la nostra esperienza, abbiamo imparato che non dobbiamo semplicemente trasmettere a studentesse e studenti contenuti e conoscenze, ma sforzarci di costruire la loro identità e il senso di appartenenza al mondo della scienza.

Le sfaccettature dell’inclusività sono molte. Fondamentale è accogliere tutti nei nostri spazi, modificando il nostro linguaggio visivo e verbale. Quindi, bisogna aiutare il pubblico a interagire con i contenuti scientifici dei nostri musei secondo le proprie inclinazioni, per favorire autonomia e responsabilità personale. Infine, è importante accompagnare le persone a scoprire i collegamenti STEM con la loro esperienza quotidiana.

Lo Science Museum di Londra è stato tra i primi musei a sperimentare il capitale scientifico come strumento innovativo di progettazione degli allestimenti, e a ripensare il rapporto col pubblico. Quali risultati ha ottenuto il vostro museo?

Tra gli strumenti più efficaci, ci sono i nove “punti di riflessione sul coinvolgimento”, volti a valorizzare la ricerca sul capitale scientifico, stimolando l’inclusività, il senso di appartenenza e la partecipazione alle esperienze didattiche del museo.

Allo Science Museum di Londra usiamo questi punti per sviluppare e rivedere sistematicamente ogni contenuto. Ad esempio, quando facciamo riferimento all’applicazione quotidiana di un principio scientifico, riflettiamo su ciò che è considerato quotidiano per il pubblico. Può sembrare un dettaglio, ma proviamo sempre a immaginare quanto sia facile perpetuare un senso di esclusione proponendo esempi non accessibili a molte persone. Ad esempio, parlando dell’uso del ghiaccio secco, invece di far riferimento al teatro, è meglio menzionare la televisione e il cinema, la cui frequentazione è più diffusa. Potete leggere altri esempi e riflessioni sul nostro blog.

Siamo molto orgogliosi che la metodologia del Capitale scientifico sia stata adottata a tutti i livelli nell’organizzazione dello Science Museum di Londra: abbiamo infatti lavorato per introdurre cambiamenti nell’intero spettro di ruoli e responsabilità. Lo Science Capital fa parte della missione per cui vogliamo essere “aperti a tutti”, cioè essere più inclusivi e accoglienti per un pubblico sempre più vasto. Metterlo in pratica è fondamentale.

In che modo musei e altri spazi informali possono dialogare con il mondo della scuola?

Nella quotidianità le persone vivono in tanti spazi diversi, dove hanno esperienze positive o negative, che alla fine portano sempre dentro di loro. In quest’ottica, lo spazio museale è importante nel far sì che ognuno/a costruisca un senso di appartenenza nei confronti di tutte le scienze, il che può accadere solo se in quello spazio si propongono esperienze coinvolgenti, non solo accoglienti. Ma non basta. Poiché le persone passano il loro tempo anche in altri spazi, è importante che questo senso di appartenenza alle STEM sia trasmesso in più ambiti possibili. Perciò lavoriamo con insegnanti, ricercatrici e ricercatori, professioniste/i ed esperte/i della scienza informale come noi, per condividere le idee dello Science Capital e incoraggiarli ad applicarle negli ambienti più svariati.

Molti giovani considerano la scienza solo una materia scolastica. In che modo le esperienze positive vissute a scuola possono favorire il riconoscimento della scienza anche a casa? Inoltre, come si può stimolare la curiosità scientifica nei musei?

Ad esempio con esperienze interattive, in cui il pubblico è coinvolto in giochi, pratiche e attività che funzionano anche fuori dalla scuola o dal museo, invitando sempre tutti a far riferimento all’applicazione quotidiana di un principio scientifico. Per ulteriori informazioni su come il Science Museum Group sta mettendo in pratica la metodologia del Capitale scientifico, questa pagina web illustra le nostre attività e i nostri eventi.

 

Louise Archer è professoressa di Sociologia dell’educazione all’UCL, University College London, ed è membro dell’Accademia delle Scienze britannica. Coordina il gruppo di ricerca “The STEM Participation & Social Justice” che ha messo a punto lo Science Capital. I suoi ambiti di ricerca sono identità e disuguaglianza etnica, razziale e sociale, identità di genere, educazione scientifica. In passato è stata professoressa di Sociologia dell’Educazione al King’s College di Londra, dove ha ricoperto il ruolo di Direttrice del Centro di ricerca in Educazione in Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica.

 

Micol Molinari, laureata in Neuroscienze e Biologia Comportamentale presso la Emory University di Atlanta, USA con un MPhil in Neuroscienze all’Università di St Andrews in Scozia, lavora nell’educazione informale dal 2008 e, in particolare, è coordinatrice delle Risorse educative allo Science Museum di Londra, dove studia e applica la metodologia Science Capital in tutte le attività educative, curando lo sviluppo delle risorse educative in collaborazione con insegnanti, scienziate/i e professioniste/i.

 

 

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IL FUTURO DOPO LA PANDEMIA SECONDO FABRIS E BONIOLO

Per la rubrica “Chiedi a chi ne sa”, in occasione del Convegno di studi promosso da Fondazione Golinelli e Ministero dell’Istruzione abbiamo dialogato con i professori Adriano Fabris e Giovanni Boniolo interrogandoci sul futuro dopo la pandemia.

 

La pandemia ha inciso su comportamenti, emozioni, reazioni individuali e collettive. Quali trasformazioni resteranno permanenti e quali no?

AF: L’esperienza della pandemia ha avuto conseguenze importanti che non possiamo ignorare. Ci sono stati effetti psicologici dovuti alla solitudine e all’isolamento, che in alcuni casi hanno comportato disorientamento e depressione. Inoltre si sono verificate conseguenze sociali, spesso ambigue, che hanno visto subentrare, accanto a molti casi di rafforzamento della solidarietà, una rivendicazione di presunti diritti individuali, anche a scapito delle altre persone. Ma soprattutto la pandemia ha trasformato i modi in cui pensiamo il mondo e agiamo nel mondo: nelle relazioni, per esempio, saremo sempre più vicini agli altri e lo saremo proprio se manterremo una distanza. A mio parere siamo sempre più chiamati a essere responsabili nei confronti del prossimo: i nostri comportamenti, infatti, contano per la nostra salute e per quella di tutti.

GB: Certamente non poteva essere che così, tenendo conto di ciò che è stato il lockdown, con tutte le sue restrizioni. Fare previsioni su quali trasformazioni rimarranno e quali saranno obliate è impossibile. Anzi, bisognerebbe criticare – e magari censurare – chi si arrischia a fare previsioni sulla base di un suo sentire personale o di una conoscenza spesso incompleta ed erronea di ciò che è accaduto.

Durante la pandemia si è parlato molto dei rischi della popolazione più anziana. Ma in che modo la pandemia ha inciso su bambini e bambine? E sugli/sulle adolescenti?

AF: Le bambine e i bambini, le nostre ragazze e i nostri ragazzi sono stati i più colpiti dalle conseguenze della pandemia. Il problema non è stato solo aver sostituito la didattica in presenza con quella a distanza, perché abbiamo assistito a una vera e propria trasformazione delle relazioni, che sono state circoscritte alla famiglia o a piccoli gruppi e, come tali, sono state mortificate proprio nel carattere di apertura e allargamento che è insito in ogni relazione feconda. I rapporti sono stati ridotti a uno scambio di immagini, o a un bollino su un monitor, e sono stati guidati dai riti imposti dalle piattaforme, invece che dalla libertà degli incontri. Ecco perché, non appena si è delineata la possibilità di un’uscita e una ripresa, questo è stato colto immediatamente, soprattutto dalle/dai giovani, e in maniera piena, talvolta eccessiva, ma sempre vitale.

GB: Le bimbe e i bimbi, le adolescenti e gli adolescenti sono stati privati di un anno di socializzazione, un anno di educazione scolastica in presenza e un anno di attività fisica. La loro formazione come persone a tutto tondo ne risente, e ne risentirà anche in futuro. La speranza è che possano ritrovare ciò che hanno perso, anche se non so come potranno e dubito che qualcuno possa dirlo con precisione.

Come la trasversalità e il dialogo tra discipline umanistiche e scientifiche possono stimolare la costruzione di un sé consapevole e quindi di una società equilibrata e pronta ad affrontare il futuro?

AF: Questo è il punto decisivo. Si possono fare i conti con la pandemia, si può ripartire interagendo con il COVID-19 e tenendolo sotto controllo, ma solo se ci muoviamo in un’alleanza stretta tra sviluppo scientifico e approccio umanistico. Non possiamo prescindere dal contributo degli scienziati, dei medici, degli esperti, perché è solo partendo dai loro dati, e dai rimedi che hanno escogitato e sperimentato, che possiamo contrastare il contagio. Ma questo non basta. È un compito di cui possiamo farci carico solo se siamo consapevoli del nostro essere umani, e del fatto che dobbiamo uscirne realizzando il bene non solo per noi come individui, ma anche per la comunità. E questo lo può indicare e giustificare solo un approccio umanistico. Entrambi gli ambiti disciplinari, scientifico e umanistico, hanno fra l’altro in comune una creatività analoga, seppur praticata in modi differenti. È da qui che può partire il loro dialogo al servizio di tutti noi.

GB: Si dovrebbe porre fine a questa lunga e inutile contrapposizione fra discipline scientifiche e umanistiche. La formazione di un sé consapevole ed equilibrato non può che passare dallo studio della matematica e dell’italiano, della fisica e della filosofia, della biologia e della storia, senza dimenticare l’arte, la musica e la necessaria educazione fisica.

 

Adriano Fabris è professore ordinario di Filosofia morale all’Università di Pisa dove insegna anche Filosofia delle religioni ed Etica della comunicazione. Dirige la rivista Teoria, è membro dei comitati di redazione di numerose riviste filosofiche italiane e straniere, e dirige le collane “Parva Philosophica” e “Comunicazione e oltre” presso le Edizioni ETS di Pisa.

Giovanni Boniolo si è laureato in Fisica e in Filosofia. Nelle sue ricerche si occupa di filosofia delle scienze della vita, di etica applicata, di bioetica e di epistemologia. È titolare della cattedra di Filosofia della Scienza e Medical Humanities presso il Dipartimento di Neuroscienze e Riabilitazione dell’Università di Ferrara. È editor-in-chief della rivista “History and Philosophy of the Life Sciences”.

 

Per approfondire il tema guarda il video del Convegno di studio cliccando qui.

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LUCA SCAGLIARINI: IL CERVELLO E L’ARTIFICIAL INTELLIGENCE SONO COMPLEMENTARI

Dai robot futuristici alle applicazioni come gli assistenti vocali, il music streaming o la guida assistita, l’intelligenza artificiale è entrata definitivamente a far parte della nostra vita quotidiana e sta cambiando radicalmente la ricerca internazionale. 

I computer sempre più spesso sono chiamati a comprendere il linguaggio umano, i vocaboli e le sfumature individuali, compito che richiede una grande quantità di connessioni logiche, esperienza di lettura, capacità interpretativa e una certa dose di “sensibilità” rispetto al testo.

 

Nell’ambito della nuova rubrica “Chiedi a chi ne sa” e in occasione del suo intervento alla Masterclass for STEAM, abbiamo chiesto a Luca Scagliarini, esperto di AI e semantic advertising per l’azienda Expert.ai, di fare il punto sull’intelligenza artificiale e sul suo impatto nella società.

 


Con un’esperienza pluriennale nel marketing e nel business development, oggi ricopre il ruolo di Chief Product Officer in un’azienda leader a livello internazionale nel campo delle AI semantiche. Da quando l’intelligenza artificiale è diventata una sua passione?

Dopo aver trascorso più di 10 anni in California, nel 2003 ho deciso di tornare in Italia con l’idea di esaudire uno dei miei desideri professionali: aiutare le aziende italiane ad affacciarsi sui mercati internazionali. Grazie alla collaborazione con alcune startup, avevo già maturato una discreta esperienza nell’ambito del software avanzato, ma quando ho iniziato a lavorare in Expert System (oggi Expert.ai) sono entrato in contatto con una realtà davvero all’avanguardia e ho iniziato un percorso molto stimolante e ricco di sfide. Da allora, i miei campi di interesse sono sempre stati due: da un lato, la ricerca di settori innovativi grazie ai quali le aziende possono competere all’estero, dall’altro, il mondo dell’intelligenza artificiale e della semantica, che poi è diventato il mio ambito di maggiore esperienza.

 

 

 

A che punto si trova la ricerca internazionale nel campo dell’AI e quali sono i progressi in corso?

 

Oggi siamo in una fase cruciale e molto interessante, perché stiamo passando dalla ricerca di base all’applicazione delle tecnologie ad ambiti pratici che interessano la nostra vita quotidiana. Le intelligenze artificiali non sono più astratte e intangibili, ma ci accompagnano ogni giorno nelle azioni di routine: basti pensare all’uso di Siri o alle app che abbiamo installato sui nostri cellulari. Allo stesso tempo ci troviamo ancora a un punto di partenza, poiché le potenzialità delle intelligenze artificiali sono ancora da esplorare: nei prossimi anni le ragazze e i ragazzi avranno moltissime opportunità da immaginare e cogliere. Potranno fare ricerca, individuare nuovi bisogni e mettere a frutto le loro competenze, sia tecniche che umanistiche. Saranno protagonisti e protagoniste delle professioni del futuro: data scientist, ingegneri/e del machine learning, esperti/e di data labeling, specialisti di hardware e così via.

 

 

 

Se prima l’intelligenza artificiale era un tema di nicchia per addetti ai lavori, ora tutti ne conoscono almeno l’esistenza. Ma quali sono i suoi limiti? E come pensa possano essere superati negli anni?

 

Per comprendere i limiti di un’intelligenza artificiale pensiamo a un software che, in quanto tale, non è in grado di raggiungere i nostri livelli di intelligenza. Una volta ridimensionate le aspettative, possiamo però apprezzarne le numerose potenzialità, dalla comprensione di un testo, al riconoscimento facciale, alla memorizzazione delle password. A oggi, ritengo non sia possibile che le macchine arrivino a sostituirsi all’essere umano, ma piuttosto sono in grado di aiutarci, ad esempio, nell’esecuzione di attività ripetitive. Per esempio ci aiuteranno sempre più alla guida dell’auto nel riconoscimento degli ostacoli, ma non condurranno il veicolo al posto nostro. E ancora: i riconoscitori vocali risponderanno alla richiesta di informazioni di base, ma non a domande complesse che presuppongano un ragionamento articolato.

 

Tra le sfide più attuali c’è insegnare alle macchine a imparare. Il settore dell’applicazione dell’AI al linguaggio si è posto il problema di indurre il computer a ragionare come faremmo noi, istruendolo con tecniche come l’approccio semantico o il labeling. Ma anche in questo caso ci sono ancora alcuni limiti di apprendimento, legati al fatto che il linguaggio ha regole precise che noi umani impariamo fin da piccoli in modo spontaneo e che è difficile trasferire ai computer . 

 

 

 

Un consiglio agli “apocalittici e integrati” dell’intelligenza artificiale. A chi teme che le macchine ci soppianteranno presto, cosa direbbe? E a chi invece crede che saranno l’unica soluzione al futuro dell’uomo?

 

Penso che l’efficienza e la capacità della mente umana siano talmente avanzate che una vera e propria competizione con la tecnologia non ci sarà. Possiamo forse ignorare, ad esempio, che le macchine si possono spegnere? Non credo proprio. Gli esseri umani sono ancora necessari per l’analisi, l’organizzazione, l’intuizione e la conclusione in relazione all’uso dei dati: ecco perché il nostro ruolo non solo non si estinguerà, ma sarà persino più importante. 

 

Circa la visione più ottimistica che individua nelle macchine la panacea di tutti i mali lancio una sfida a scienziati,ricercatori e ricercatrici: provatemi che sia così! 

Le due intelligenze, umana e artificiale, sono complementari e la sostituzione dell’essere umano a favore della macchina non è realistica. 

 

 

Intervista a cura di Annalisa Perrone, ufficio comunicazione e social media di Fondazione Golinelli

 

 

 

Luca Scagliarini, con un MBA presso la Santa Clara University e una laurea in ingegneria presso il Politecnico di Milano, è esperto di intelligenza artificiale e semantic advertising. Dopo aver ricoperto ruoli nel marketing e business development presso Soldo, SiteSmith, Hewlett Packard e Think3, diventa Vice President Strategy & Business Development di Expert System e Chief Product Officer, ora Expert.ai, azienda italiana fondata nel 1989 a Modena e tuttora leader mondiale nel campo delle AI semantiche. Pubblica regolarmente blog post che raccontano applicazioni reali di intelligenza artificiale e di cognitive computing.

 

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