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Del 29-04-2021

3 ANNI DI G-FACTOR: COSA È CAMBIATO E QUALE FUTURO. L'INTERVISTA DI ANTONIO DANIELI PER BIOTECNOLOGIE-NEWS

Il mondo degli incubatori-acceleratori sarà fondamentale per lo sviluppo del settore dell’innovazione tecnologica in Italia. Da Biotecnologie-news ne sono convinti. Per questo hanno intervistato Antonio Danieli, vicepresidente e direttore generale di Fondazione Golinelli e Amministratore unico di G-Factor, che ha raccontato il percorso dell'incubatore acceleratore della Fondazione, le partnership e i risultati di questi primi anni, i progetti futuri.

Di seguito un estratto:

Il mondo degli incubatori-acceleratori sarà fondamentale per lo sviluppo del settore dell’innovazione tecnologica in Italia. Noi di Biotecnologie-news ne siamo convinti. Per questo motivo, abbiamo intervistato Antonio Danieli, che è l’ Amministratore unico di G-Factor, oltre che il vicepresidente e direttore generale di Fondazione Golinelli.

Com’è strutturato il vostro incubatore? 

“Inizialmente abbiamo preferito definirlo un incubatore-acceleratore, in quanto il modello di funzionamento combina caratteristiche miste tipiche delle due definizioni più classicamente intese: G-Factor dispone di ampi spazi presso Opificio Golinelli, il centro per l’innovazione a Bologna di complessivi 14.000 mq, offre un supporto all’accelerazione di tipo non teorico-accademico, ma molto pratico e orientato alla risoluzione dei problemi, grazie al contributo di un team interno qualificato, di oltre 60 mentor e svariate altre decine di professionisti, imprenditori, ricercatori, advisor, collegati a G-Factor e di una rete vasta di relazioni in campo scientifico-tecnologico, industriale, finanziario e istituzionale a livello nazionale e internazionale.

Non da ultimo, G-Factor è sempre anche investitore finanziario nelle giovani aziende con cui decide di collaborare.

Per tutti questi aspetti pensiamo di aver assunto una strutturazione più accostabile ad un concetto di “Venture Builder”, anche se le definizioni ci paiono sempre tutte un po’ limitanti”.

Di cosa vi occupate?

“G-Factor s.r.l nasce nel 2018 per volontà di Fondazione Golinelli, che tuttora è il socio unico di riferimento. In trenta mesi di operatività G-Factor ha consolidato la sua expertise nel primo verticale: nel settore di riferimento, elettivo per la Fondazione, delle Life Sciences il cui perimetro, inteso in accezione ampia, spazia tra molecole e farmaci, device, bio-informatica, bio-ingegneria e digital health.

Il target si situa nelle prime fasi dello sviluppo: early stage, seed e pre-seed. Un buon numero delle startup con cui G-Factor collabora sono nate proprio in occasione dell’avvio della partnership con la stessa G-Factor. Siamo sempre stati interessati ad avviare dialoghi direttamente con i team dentro i centri di ricerca di eccellenza e i laboratori pubblici e privati, a caccia di innovazioni disruptive da far decollare.

A partire dal 2021, grazie alla partnership industriale tra CRIF Group e Fondazione Golinelli, G-Factor ha anche aperto la sua azione ad altre due verticali: Fintech e Agritech; insieme, i due promotori hanno dato vita al Programma nazionale I-Tech Innovation 2021, e a G-Factor è stata affidata la promozione e la gestione dei bandi e del processo di accelerazione”.

Più in generale, cosa ne pensate del mondo delle start-up italiane?

“Non è ancora completamente maturo come sarebbe necessario e, paradossalmente proprio per questo, ci sono ancora molte potenzialità di miglioramento. Intravediamo ancora una certa immaturità culturale in tutti gli attori, che impedisce a questo mondo di diventare davvero un sistema, palesemente a discapito del vantaggio auspicabilmente realizzabile per tutti.

Interessi particolari e con orizzonti limitati, ambizioni malriposte, poca cultura finanziaria e imprenditoriale, portano a lunghe discussioni e a trattive teoriche estenuanti su presuntie immaginifici – solo su carta – valori economici delle startup: i vari canali di comunicazione riportano per lo più solo le notizie dei casi caratterizzati da cifre roboanti, e per di più – a conti fatti – si tratta di situazioni  rare. Non c’è ancora un vero mercato, che peraltro è sano solo quando c’è una sana competizione, tra una domanda ed una offerta, che si incontrano con una certa densità.

Fare impresa non è (solo) una questione di rappresentazione e di storytelling.  È un affare molto concreto per cui occorrono attitudini, impegno, sacrificio, coraggio e un giusto connubio tra abnegazione pratica e fantasia, e creatività.

Poi ovviamente “non si può fare di tutta l’erba un fascio”: alcune università  sanno davvero come fare trasferimento tecnologico e, pur nel mare magnum dei vincoli e delle attenzioni dovute alle norme pubbliche, evitano di incatenare le startup ai laboratori con accordi troppo rigidi, che poi potrebbero spaventare gli investitori; alcuni incubatori e acceleratori sanno come far crescere le startup evitando di “vampirizzarle” con eccesive fees consulenziali e danno loro un reale valore aggiunto; alcuni professionisti, advisor, mentor, consulenti, enti di formazione e scuole di business, per cui si sta aprendo un improvviso mercato, hanno già capito, più di altri, che lavorare con le startup è diverso dall’ offrire strumenti professionali e servizi per lo più standardizzati; alcuni operatori finanziari (fondi, club deal, business angels, e privati) si sono resi conto che non siamo nella Silicon Valley e che occorrono approcci al venture capital più adatti al tessuto della ricerca e della industria italiana; alcuni finanziatori (sempre di più le famiglie imprenditoriali e i family office) stanno maturando approcci più pazienti e meno aggressivi rispetto ai rendimenti attesi dei loro investimenti; alcune aziende, sempre più, e non solo le grosse corporate internazionali, stanno “aprendo” le loro catene del valore a contaminazioni esterne, per evolvere, nella logica della open innovation e/o del corporate venture. Infine, ma non ultimo, anche il settore pubblico sta sempre più capendo la necessità di sostenere il volo della nuova impresa nascente, senza  confondere ciò con un sostegno all’occupazione giovanile, per cui occorrono altre politiche specifiche ad hoc (se le startup non funzionano, non vanno sovvenzionate, ma vanno chiuse).

Come detto, anche se non amiamo le definizioni da testo accademico, in G-Factor – Fondazione Golinelli cerchiamo di operare come “Venture Builder”, per far diventare le startup  vere aziende: e lo facciamo nell’ottica di un investitore professionale. Per questo  rientriamo tra il novero degli attori, ad oggi, più esigenti...

Vuoi scoprire di più? Leggi l'intervista completa su biotecnologie-news.it a questo link:

 

https://www.biotecnologie-news.it/2021/04/27/cose-gfactor/